Dopo un giorno di cammino raggiungiamo Feary Meadows, il nostro campo base per le successive due settimane. Ci troviamo a oltre 350 km in linea d’aria dal paese più vicino: nella mia vita non ho mai visto terre così vaste e così poco antropizzate.
Allestiamo subito il nostro campo base, sotto un grosso masso che riesce a coprirci anche durante le intemperie. Constatiamo che i temporali qui sono sempre presenti: anche durante le giornate soleggiate la grandinata del tardo pomeriggio non manca mai. Nei primi giorni studiamo con il binocolo le pareti, sognando possibili linee da percorrere.
C’è una linea che ci incuriosisce: solca il centro della parete sud della Middle Huey Spire. Da lontano la via appare estremamente logica e continua: l’esposizione a sud permette di trovare roccia asciutta anche dopo i temporali. Nei due giorni successivi, il 29 e 30 luglio, riusciamo ad aprire questa linea verticale che taglia lo strapiombo al centro della parete.
Una porzione di roccia precaria, in corrispondenza del tetto, permette la progressione solo in artificiale. Usciti sulla headwall, compare davanti ai miei occhi una fessura perfetta, elegante, tutta da scalare. Allora esclamo: «Ragazzi, abbiamo finalmente trovato l’oro!» Da qui nasce il nome della via: L’Oro dello Yukon – 400 m – 5.11a/b e A3.
Qualche giorno più tardi ripetiamo la storica via del 1968 di Harthon “Sandy” Bill, Tom Frost e James McCarthy sulla Lotus Flower Tower. Ripercorrere quei tiri leggendari, sospesi su un pilastro di granito che sembra fatto apposta per essere scalato, lungo impressionanti sequenze di knobs e fessure, è un tuffo nella storia alpinistica di questi luoghi. Usciamo in vetta schivando nuovamente un temporale. Due giorni intensi, che ci lasciano il cuore pieno di soddisfazione.
Il fiume Nahanni
Terminate le due settimane di scalate, inizia la seconda parte del viaggio. Con zaini pesantissimi e i packraft legati sopra, ci inoltriamo a piedi verso il fiume Nahanni. È un’odissea tra paludi e zanzare: verso la fine, ogni passo diventa una lotta. Ricordo il sollievo immenso nel vedere finalmente scorrere il grande fiume davanti a noi: largo, silenzioso, ci indica la via.
In undici giorni percorriamo circa 400 km. Le giornate sul fiume scorrono veloci: la corrente ci aiuta, ma non mancano tratti di acqua ferma e vento contrario, che ci costringono a pagaiare senza sosta.
Le sere sono un momento magico. Attracchiamo sulle spiagge di ghiaia, montiamo la tenda, costruiamo un campo anti-orso e mangiamo stanchi sulla riva. Intorno a noi, il silenzio assoluto è rotto solo dal fruscio del vento e dal rumore della corrente.
Al quinto giorno raggiungiamo le Virginia’s Falls. Sono cascate incredibili: oltre mille metri cubi d’acqua al secondo muovono volumi impressionanti. È l’unico punto in cui dobbiamo uscire dal fiume e fare un breve portage fino a valle.
Durante la traversata incontriamo diverse zone di rapide: onde alte quasi due metri e qualche mulinello d’acqua ci mettono alla prova. Siamo tutti inesperti su questo terreno, ma la preparazione costruita prima di partire ci permette di affrontare bene anche queste difficoltà.
Gli incontri con la fauna non mancano. Vediamo alci, caribù, bisonti che si abbeverano al fiume, aquile che sorvolano le correnti e castori intenti a costruire dighe. Ma soprattutto gli orsi: ne contiamo quasi trenta lungo il percorso. Uno di loro, particolarmente curioso, si avvicina al nostro campo fino a pochi metri.
Ci troviamo al “The Gate”, un piccolo canyon che chiude il fiume Nahanni. Quando Giacomo vede l’orso richiama la nostra attenzione. In un primo momento l’animale scappa nel bosco, ma nell’ora successiva lo vediamo rimanere in prossimità, a un centinaio di metri dalla tenda. Abbiamo davanti due opzioni: fare turni di guardia per le provviste o spostare tutto il campo più a valle. Dopo un po’, optiamo per la seconda. L’orso non ci darà più fastidio.
L’oro dell’avventura
Alla fine del viaggio, quando rivediamo le prime tracce della civiltà, provo un misto di sollievo e nostalgia: sollievo per avercela fatta, nostalgia perché sento già la mancanza di quelle terre lontane. L’unione tra discipline diverse, arrampicata e navigazione, ci permette di vivere l’avventura in tutta la sua complessità e può essere la chiave per riscoprirla nel suo significato più profondo. È proprio in questo intreccio di attività, territori e relazioni che, almeno per noi, si nasconde il vero oro.